27 GENNAIO: GIORNO DELLA MEMORIA

PER SAPERE, PER NON DIMENTICARE

Testi e materiali raccolti dalla referente del progetto prof. Sara Tamone
con il contributo della prof. Stefania Silivestro


 

"We are grandparents, and the fate of our grandchildren is what matters most to us. With four grandchildren, I myself have a stake in the future. The best I can wish for them – however utopian this may sound – is that they can create for themselves a life without fear. That they will build themselves a democratic society in which institutional hatred is unknown.”  - Eva Fahidi

 


A Mario e a Nuto

Ho due fratelli con molta vita alle spalle,
nati all’ombra delle montagne.
Hanno imparato l’indignazione
nella neve di un paese lontano,
ed hanno scritto libri non inutili.
Come me, hanno tollerato la vista
di Medusa, che non li ha impietriti.
Non si sono lasciati impietrire
dalla lenta nevicata dei giorni.

Primo Levi



ORRORE, FORZA, SPERANZA

IL POTERE DEL MALE, LA FORZA DELLA TESTIMONIANZA, LA SPERANZA NELLA RESPONSABILITA’


L’ ORRORE

Zoran Music - La speranza delusa

Zoran Music, goriziano, appassionato di pittura, nella sua prigionia a Dachau realizzò una serie di disegni, con rischio estremo, in condizioni difficilmente immaginabili: inchiostro nascosto e allungato con acqua per farlo durare, foglietti piegati e nascosti sotto la camicia; carta e penne sottratte ai laboratori dove lavorava. Tornato dal lager, divenne un artista di livello internazionale.

Nel 1970 ritornò all’esperienza concentrazionaria con la serie di dipinti Noi siamo gli ultimi : il titolo indicava la speranza che dopo Auschwitz l ’uomo non continuasse a uccidere sterminando interi popoli ed etnie. Invece si verificarono ancora genocidi e massacri: Ruanda, ex-Jugoslavia, Cecenia, Iraq, Afghanistan… Ecco che allora Music diede al ciclo dei dipinti di Dachau il nuovo titolo Noi non siamo gli ultimi, perché l’orrore dei campi di concentramento e il lungo inverno dei genocidi dopo il ’45 si sono ripetuti troppe volte.

 


Tutto quel che è stato, ed è ancora, e non passa

Lettura:  Elena Loewenthal, La lenta nevicata dei giorni  (Einaudi)

Prima li contarono.
Poi spuntarono i nomi.
Poi li contarono di nuovo perché non erano più dei nomi, soltanto dei numeri.
Poi andarono a prenderli, casa per casa.Poi li rastrellarono, casa per casa.
Poi li radunarono da qualche parte.
Poi fecero l’appello, ed ebbero un numero anche i bambini in braccio alle madri, i neonati attaccati al seno, i vecchi morenti.
Poi li caricarono sui camion. Poi li caricarono sui treni. Poi frustarono e spararono e gridarono e usarono il calcio dei fucili per spingerli e rompere le ossa e usarono gli stivali per fare male, incitare, spingere, insultare, offendere, ferire, uccidere non di rado.
Poi li stiparono sui vagoni merci. Talvolta per terra c’era qualche filo di paglia, più spesso niente: solo legno freddo e buio e sporco e puzza e odore di morte.
Poi i treni viaggiarono lungo i binari di tutta Europa, avanti carichi indietro vuoti, e quando erano pieni era silenzio di paura, corpi stretti e buio, e quando erano vuoti erano silenzio di morte, buio. E tutta l’Europa era piena di treni che andavano pieni e venivano vuoti ma era vuota di domande, e tutta l’Europa era piena di quel silenzio dentro che era silenzio di paura e fuori chissà che silenzio era, perché noi che eravamo dentro sentivamo solo quello, il silenzio fuori non arrivava perché il vagone era piombato e buio.
Poi i treni arrivavano alla fine del binario e alla fine del binario c’era una rampa, no, ce n’erano mille e più, di rampe, ma era sempre buio pesto, solo un faro che ti abbagliava quando scendevi perché tu venivi dal buio e il faro negli occhi accecava, invece di illuminare.
Poi i corpi scendevano dal treno e toccavano terra sulla rampa, ed erano corpi stanchi e anchilosati e atterriti e non c’era niente da capire, niente da capire.
Poi c’erano i lunghi e lenti serpenti di corpi che andavano in una direzione, e nessuno aveva più nulla in mano perché tutto ti avevano portato via: in mano c’era la mano di un figlio, tante volte, in braccio c’era il corpicino morbido e caldo di un figlio, tante volte.
E faceva freddo. Sempre. Tanto freddo.
Poi c’erano le baracche dove dovevi spogliarti anche se faceva sempre tanto freddo. E mani che spogliavano i figli, i vecchi.
Poi c’erano le docce che docce non erano, maledette docce che docce non erano.
Poi c’era il gas che usciva dalle docce, il respiro che mancava, le bocche che si spalancavano,gli occhi che uscivano dalle orbite per l’aria che mancava e la paura che spalancava i cuori, leviscere, la mente, i ricordi, i rimpianti, lo strazio, la paura, la paura, lo strazio, il dolore, il petto che scoppiava, la gola che si chiudeva, la bocca che si apriva, gli occhi che si sbarravano.
Poi c’erano i carretti su cui si ammassavano i corpi che la morte aveva spalancato e chiuso.
Poi c’erano le bocche dei crematori, quelle per noi erano sempre aperte e così sono rimaste, da allora.
Sempre aperte.
Un bagliore di fuoco là in fondo, dove la pala ci scaraventa, uno dopo l’altro, uno dopo l’altro.
Poi?
Poi c’è la ciminiera del forno, alta e scura eppure nel buio della notte, nella luce del giorno, si distingue da vicino e da lontano. Anche da tremendamente lontano, si vede la ciminiera.
Poi?
Poi dalla ciminiera esce un fumo scuro, più scuro della notte e più scuro dei giorni, allora come adesso.
Il fumo sale alto perché è leggero come la morte.
Il fumo sale fin dove non si vede più, si perde nella volta del cielo azzurro e lo tinge di grigio ma non è più fumo, è pentato il colore del cielo.
E poi?
E poi comincia a scendere una neve grigia come quel fumo. Una neve grigia e lenta e pesante che neve non è ma è come carta bruciata, erosa dal fuoco, impalpabile perché quando la sfiori o ti sfiora s’annienta nell’aria, muore dispersa nel niente, eppure se non la sfiori o non ti sfiora prima o poi cade per terra e lascia una specie di cenere che cenere non è ma neve di ciminiera, neve di forno crematorio, neve di camera a gas, neve di corpi spogliati nudi, neve di rampa di Auschwitz, neve di vagoni piombati che partivano pieni e tornavano vuoti, neve di appelli per nome e per numero, neve di rastrellamenti casa per casa, neve di bambini in braccio alle madri,di neonati attaccati al seno, di vecchi morenti, neve di disperazione e paura, neve di tutto quelche è stato ed è ancora e non passa, non passa, non passa per nessuno di noi.

 


LA CRUDELTA’ “INNATA”

William Golding - La desolata riflessione sulla natura dell’uomo.

The winner of the 1983 Nobel Prize in Literature, William Golding (Cornwall 1911-1993) is among the most popular and influential British authors to have emerged in the second half of the twentieth century. After graduating from Oxford in 1935 he worked as a school teacher until 1940, then he joined the Royal Navy and participated in a number of important actions, such as the sinking of the German Battleship “Bismarck” and the D-Day landings on the French coast in 1944 (when he commanded a rocket-launcher). The War left him with a shocked sense of the violence and destructiveness of human nature, which is one of the central themes of all his books. He came to believe that there is a very dark and evil side to man. In his essay Fable Golding recognized that, because of the atrocities he witnessed during the war, he changed his view about man's nature. Before the Second World War he believed in the perfectibility of social man, but after the war he was unable to. Golding was shocked, in particular, by the fact that evil was done by so-called civilized men.

Lettura - da Fable

“Before the second world war I believed in the perfectibility of social man; that a correct structure ofsociety would produce goodwill; and that therefore you could remove all social ills by a reorganization of society. It is possible that today I believe something of the same again; but after the war I did not because I was unable to. I had discovered what one man could do to another.
I am not talking of one man killing another with a gun or dropping a bomb on him or blowing him upor torpedoing him. I am thinking of the vileness beyond all worlds that went on, year after year, in the totalitarian states. It is bad enough to say that so many Jews were exterminated in this way and that, so many people liquidated, but there were things done during this period from which I still have toavert my mind lest I should be physically sick. They were not done by the headhunters of New Guinea, or by some primitive tribe in the Amazon. They were done, skillfully, coldly, by educated men, doctors,lawyers, by men with a tradition of civilization behind them, to beings of their own kind. I do not want to elaborate this.
I would like to pass on; but I must say that anyone who moved through those years without understanding that man produces evil as a bee produces honey, must have been blind or wrong in the head. [...] It seemed to me that man's capacity for greed, his innate cruelty and selfishness was being hidden behind a kind of pair of political pants. I believed then, that man was sick - not exceptional man, but average man. I believed that the condition of man was to be a morally diseased creation and that the best job I could do at the time was to trace the connection between his diseased nature andthe international mess he gets himself into.”

 


LA FORZA VITALE DELLA TESTIMONIANZA

Sami Modiano - La fiducia nei giovani

Sami Modiano è nato nel 1930 da una famiglia ebrea nell'isola greca di Rodi, all'epoca provincia italiana. Nel 1938 fu espulso dalla sua scuola in seguito alla promulgazione delle leggi razziali fasciste. In un'isola dove ebrei, cristiani e musulmani convivevano pacificamente, quella fu la prima di una lunga serie di esperienze traumatiche.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 i soldati nazisti invasero Rodi e il 23 luglio 1944 prelevarono con un inganno tutti gli ebrei presenti sull'isola, senza che nessuno potesse sfuggire, caricandoli nella stiva di un vecchio mercantile in condizioni disumane. Il viaggio durò da Rodi fino al Pireo: lì vennero caricati sui treni, stipati nel buio soffocante dei vagoni piombati, diretti verso il lager di Birkenau.
Appena arrivati nel campo, gli uomini vennero separati dalle donne e Sami, quattordicenne, rimase con suo padre. Di lì a poco vi fu la selezione operata da Josef Mengele: il ragazzo sarebbe stato destinato alle camere a gas, ma suo padre riuscì a portarlo nelle file dei superstiti. Nei mesi successivi Sami perse la sorella Lucia e anche lo stesso padre. Nel 1945, quando i sovietici erano a poche decine di chilometri dal campo, i nazisti obbligarono i prigionieri a marciare verso Auschwitz. Durante la marcia Modiano si accasciò a terra senza forze, ma fu sollevato da due sconosciuti compagni di sventura che lo portarono a destinazione lasciandolo su un cumulo di cadaveri per mimetizzarlo. Al suo risveglio, ormai salvo, riuscì a trascinarsi in una casa, dove trovò altri superstiti del campo fra i quali Primo Levi e l'amico Piero Terracina. Il giorno dopo arrivarono i sovietici. Era il 27 gennaio del 1945. Dei 776 bambini ebrei italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati nei lager, Sami è tra i soli 25 sopravvissuti. Il ritorno alla vita è stato per Sami un percorso arduo e faticoso. Nel 2005 il vecchio amico Piero Terracina lo convinse ad accettare l'invito dell'allora sindaco di Roma Walter Veltroni a prendere parte ad un viaggio ad Auschwitz organizzato per gli studenti dei licei romani. Da allora si dedica a far conoscere la sua esperienza ai ragazzi nelle scuole medie e superiori. Lo scorso luglio il Presidente della Repubblica lo ha insignito della Gran Croce al merito,la più alta onorificenza della Repubblica.

Rayplay.it: youtube 16cVideo del Viaggio della Memoria ad Auschwitz (2016) di 130 studenti provenienti da tutta Italia

 


Helga Weiss - La volontà di rimanere normali

Helga Hošková-Weissová nacque nel 1929 a Praga in una famiglia ebraica laica. Il 10 dicembre 1941 fu deportata con i suoi genitori nel ghetto di Terezín. Sebbene fossero separati nel campo, riuscivano in qualche modo a vedersi e scambiarsi messaggi clandestinamente. Si stima che 15.000 bambini di età inferiore ai 16 anni siano stati deportati a Terezín, tra i quali meno di 100 deportati ad Auschwitz sono sopravvissuti.
Usando il suo talento per la pittura e il disegno, Helga scrisse un diario che includeva immagini della sua vita nel campo. I suoi disegni sono una testimonianza della vita quotidiana degli ebrei di Terezín.
Nell'ottobre del 1944 fu deportata con sua madre ad Auschwitz. Al loro arrivo furono separate probabilmente dal famigerato Josef Mengele. Helga lo convinse a sceglierla per i lavori forzati sostenendo di avere 18 anni, e dichiarò che sua madre era più giovane di lei, salvandola da una morte certa. Dopo la fine della guerra, Helga tornò a Praga e studiò all'Accademia di Belle Arti.

Lettura: Intervista a Helga Weiss, 27 gennaio 2014, in occasione del Giorno della Memoria delle vittime dell’Olocausto, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Praga.

Il suo diario è stato tradotto in 13 lingue, oltre al ceco. Come si spiega tutto questo interesse dopo quasi 70 anni da quegli eventi?
Un po’ mi ha sorpreso perché ci sono molti diari di questo tipo, davvero non mi aspettavo che avrebbe suscitato tanto interesse. Forse ciò è dovuto al fatto che gli altri diari descrivono soprattutto le cose orribili che succedevano, al contrario io esprimo soprattutto i miei sentimenti. Non descrivo gli orrori, per questo il diario è più emotivo e forse questo aiuta le persone ad immedesimarsi meglio nella situazione.

Ha trascorso tre anni nel ghetto di Terezin, prima di essere deportata ad Auschwitz, poi a Freiberg equindi a Mathausen. Di certo Terezín era qualcosa di diverso rispetto agli altri campi di concentramento. Nelle pagine del suo diario Terezín è descritta anche nella sua normalità, se così si può dire: i festeggiamenti, le serate, il teatro, le amicizie, gli amori. Come era possibile tutto questo?
Questo perché Terezin era un ghetto, di fatto era comunque un campo di concentramento, ma era anche un ghetto modello che serviva per la propaganda nazista. È per questo motivo che rispetto agli altri campi di concentramento la vita lì era più semplice. Organizzavamo queste cose soprattutto perché volevamo rimanere delle persone, quello che succedeva non era normale ma noi volevamo rimanere normali. Naturalmente tutti gli ordini arrivavano dai tedeschi, ma noi non entravamo in contatto con le SS, loro potevano arrivare in qualsiasi momento per controllare qualsiasi cosa, ma la gestione spettava al consiglio degli anziani della comunità ebraica e questo ci garantiva un po’ di libertà.

A Terezín i suoi disegni hanno smesso di essere i disegni di una bambina per diventare testimonianza, documentazione. Ci racconta come è accaduto?
Mi piaceva disegnare sin da quando ero piccola, per questo mi portai dietro dei colori. Quando arrivai nel dicembre 1941 avevo circa 12 anni. Ci divisero subito, uomini e donne a parte, e così ci spedivamo tra le caserme maschili e quelle femminili delle lettere, fu allora che feci il primo disegno, dei bambini che fanno un pupazzo di neve, quando mio padre lo vide mi disse di disegnare quello che vedevo. Per me questo disegno è molto importante, ritengo che sia una pietra miliare tra l’infanzia e l’età adulta, perché di fatto era il mio primo disegno a Terezin, ma in realtà era l’ultimo disegno realmente infantile. Da quel momento,su consiglio di mio padre, iniziai a descrivere la vita di tutti i giorni.

Come si vive da reduci dell’Olocausto? C’è qualcosa di speciale che lega voi sopravvissuti, di cosa parlate quando vi vedete? Come vivete insieme questo passato?
È un legame profondo. Le amicizie nate allora sono eterne. Anche se dopo la guerra ci siamo sparpagliati per il mondo, questi legami sono rimasti e quando ci incontriamo li sentiamo in modo molto forte. Quandoci incontriamo parliamo delle cose di tutti i giorni, siamo vecchi, parliamo quindi delle famiglie, dei nipoti, guardiamo le fotografie dei nipoti, dei pronipoti, ma alla fine ogni discussione finisce in quel lager. Siamo sempre là, ci ritorniamo continuamente. Ma non ci raccontiamo gli orrori, li conosciamo tutti, ma, appunto,ricordiamo magari anche quei bei momenti che vi abbiamo vissuto. Ad esempio, i primi amori e così via. Il dolore è ancora vivo, e anche se ognuno di noi oggi vive la propria vita normale, questa esperienza ci tiene ancora insieme e ci riporta sempre lì.

Come è stato ricominciare a vivere dopo questa tremenda esperienza?
È stato molto difficile. È proprio quello che ci lega a dividerci dagli altri. All’inizio provavamo a parlarne, ma nessuno riusciva a capirci. Siamo semplicemente diversi e siamo segnati da quello che abbiamo vissuto. Quando sono tornata al ginnasio avevo 15 anni, all’improvviso le preoccupazioni di quei ragazzi mi sembravano ridicole, mi pareva di essere più vecchia anche degli insegnanti che avevamo. Era difficile. Io ebbi la fortuna di tornare con la mamma, addirittura potemmo tornare nel nostro appartamento, anche se naturalmente tutto quello che c’era era stato portato via, ma forse non è un bene che siamo tornati, c’erano troppi ricordi.

Le è capitato di scontrarsi con l’incomprensione verso quello che ha vissuto? Oppure con il rifiuto?
Le persone non riuscivano a capire, per questo più tardi abbiamo smesso di parlarne con le persone che non avevano vissuto questa tragedia, perché loro paragonavano la propria situazione alla nostra e questo naturalmente non aveva senso.

Le fa un effetto particolare essere tradotta anche in tedesco?
È una domanda interessante. Spesso capita a noi sopravvissuti dell’Olocausto di parlare con gli studenti e di essere invitati in vari paesi, naturalmente ogni paese è diverso, ma parlare con i figli di quelle persone è qualcosa di particolare. Per loro è una situazione difficile, a volte mi capitano anche situazioni commoventi. Per molto tempo non volevo andare in Germania, perché ci vivevano ancora le persone che hanno preso attivamente parte a questa tragedia, non volevo incontrarli. Mi ci sono voluti più di 40 anni per superare la frontiera della Germania, non sapevo nemmeno il tedesco, soltanto negli ultimi anni l’ho imparato. Oggi in Germania vive già la terza generazione ed è interessante notare che questa generazione ha iniziato a interessarsene, una volta mi è capitato addirittura che un giovane ragazzo venne da me e mi disse: “Ho saputo che mio nonno era nelle SS, me ne vergogno e le chiedo scusa per questo”. Sono momenti molto intensi. Io rispondo loro con le parole di Wiesel, “voi non siete responsabili di quello che è successo, ma dovete conoscere il passato perché siete responsabili del vostro futuro”. Quindi è questo il mio rapporto con la Germania odierna. Non sono così ingenua da pensare che queste cose non esistano più, esistono ancora, ma forse c’è la speranza che in un futuro spariranno.


Ivan Klima - Il valore della letteratura

Ivan Klima acque nel 1931 da genitori ebrei non religiosi. Nel 1941 l'intera famiglia fu deportata nel campo di concentramento di Terezín, fino alla liberazione nel maggio 1945 ad opera delle truppe sovietiche.
Dopo la guerra, nella Repubblica socialista ceca, da scrittore di successo venne relegato al ruolo di operatore ecologico.
Passato da una privazione della libertà all’altra, dal campo di concentramento al regime comunista, mantenne libero il suo spirito rifugiandosi nella letteratura. Mentre puliva dalla spazzatura le strade di Praga, ricordava Tolstoj e Kafka, così come Primo Levi aveva cercato di insegnare a Jean, giovane studente alsaziano, Il canto di Ulisse della Divina Commedia, nell’inferno di Auschwitz.

Lettura
"Ero in grado di recitare a memoria le riflessioni di Pierre Bezuchov, prigioniero dei francesi, sul fatto che la libertà e la sofferenza sono così simili tra loro da permettere la libertà anche nella sofferenza. Nei lager gli uomini sono posti di fronte a quell’ultima possibilità: cercare la libertà anche nella sofferenza.
Rimasi sconcertato ed entusiasmato dal mistero apparentemente impenetrabile contenuto nella storia di Nella colonia penale che tuttavia mi angosciava. Ero comunque in grado di afferrare perlomeno il senso più evidente del racconto. L’ufficiale, un pedante crudele infiammato per il compito di carnefice, mi sembrava una profetica anticipazione di quegli ufficiali che avevo conosciuto, una specie di prototipo di Hösse, il comandante di Auschwitz. Ero affascinato dall’idea che la letteratura potesse non soltanto far rivivere quelliche erano morti, ma anche spiegare l’aspetto di coloro che non erano ancora nati".

 


Esther Loewy, La forza della musica - La ragazza con la fisarmonica

Esther Loewy Béjarano, nata nel 1924 in Germania in una famiglia di musicisti di origine ebraica, venne deportata ad Auschwitz,dove entrò a far parte dell’orchestra femminile del Lager. Trasferita al campo di Ravensbrück, fu impiegata nella manovalanza coatta alla Siemens.
Dopo la Liberazione ha lavorato come cantante e insegnante di musica. Ad Amburgo insieme ad altri ex perseguitati ha fondato l'Auschwitz Komitee Deutschland. È tuttora attiva come cantante con il gruppo Coincidence, creato dalla figlia Edna nel 1988, e più recentemente anche con il gruppo rap Microphone Mafia e il jazz accordionist Gianni Coscia.
Il suo repertorio spazia da Brecht a Theodorakis, dai testi contemporanei di denuncia sociale ai canti yiddish tradizionali e della Resistenza. Così Esther porta presso i più giovani la sua testimonianza di artista e di sopravvissuta, cantando per la pace, la libertà e l’eguaglianza.
Esther, consapevole che testimoniare è soprattutto progettare il futuro, ci ricorda che in un mondo pur in continua trasformazione i valori dell’antifascismo e della tolleranza rimangono profondamente attuali e moderni.

Video: youtube 16cRaiNews.it - Esther Bejarano, la ragazza con la fisarmonica nel campo di Auschwitz

 


Eva Fahidi - Il valore della condivisione

Eva Fahidi was born on 22 October 1925 in Debrecen, Hungary, as the daughter of the affluent middle-class timber merchant Desiderius Fahidi and his wife Irma Fahidi. In 1936 this Jewish family converted to Catholicism, and Éva and her sister attended the convent school.
In the late 1930s stricter anti-Semitic laws were introduced, increasingly excluding the Jewish population from society. When the German Wehrmacht occupied Hungary in the spring of 1944 the Fahidi family was forced to move to the ghetto. In late June the Jewish population of the city was herded into a brick factory and deported to Auschwitz in several transports. The Fahidi family was in the last transport, on 27 June 1944, which took them to Auschwitz/Birkenau. On arrival Éva Fahidi was separated from her mother and sister, who were both murdered in the gas chambers. Her father died soon afterwards as a result of the conditions in the camp.

In August 1944 Fahidi was transported along with 999 other Hungarian Jewish women to a subcamp of Buchenwald Concentration Camp to carry out forced labour. At Münchmühle near Allendorf she was set to work producing shells.While on a death march in March 1945 Fahidi was liberated by American troops; she returned to Hungary. She now lives in Budapest.

Lettura da “L’anima delle cose” di Eva Fahidi

Nella disgrazia non serve conoscere l’identità delle persone, si capisce tutto sin dal primo momento.
Ad Auschwitz, e in tutti i lager nazisti, ogni cosa ruotava intorno alla fila da cinque. Ci contavano almeno due volte al giorno. Contavano chi si era trascinato fino all’infermeria e poi non era riuscito a tornare indietro. Contavano i cadaveri rimasti sul tavolaccio – una sorta di bara aperta – i quali venivano trasportati via avvolti nelle coperte, con le braccia e le gambe penzoloni. Per fare economia, il camion che portava i nostri cosiddetti viveri, sulla via del ritorno, rimuoveva i cadaveri. Il resto dei deportati si trovava in piedi sull’Appellplatz, aspettando di essere contato, cinque alla volta. Verrebbe da pensare che non sia così difficile fare cinque più cinque. Questo però superava di gran lunga le capacità delle Aufseherinnen [sorveglianti], e così rimanevamo in piedi sull’Appellplatz per un tempo interminabile.
Non è irrilevante con chi si capita nella fila, poiché si mangia dalla stessa gavetta e si sta sedute insieme per tutto il giorno, sotto il sole cocente. Per tutto il tempo, dipendiamo le une dalle altre, perché non sappiamo quali atrocità possono capitarci da un momento all’altro. Attorno a noi tutti urlano, le Aufseherinnen agitano le loro fruste e una qualunque Blockälteste [capobaracca] può darti uno schiaffo, o un calcio, o colpirti una spalla, Dio sa perché. L’essere umano non puòvivere in uno stato di perenne paura. Dopo un po’ deve crearsi una scorza attorno alla propria anima, altrimenti non può farcela.
Se penso ad Auschwitz e alla mia deportazione, non ha senso usare la prima persona singolare: non sono “io”, siamo “noi”. Eravamo così vicine e rappresentavamo un sostegno l’una per l’altra, come se fossimo state veramente una sola persona. La nostra fila da cinque prese forma quasi subito, ce la imposero ad Auschwitz e si modificò poi ad Allendorf, nel campo di lavoro forzato. Io e Anikó Weisz rimanemmo sempre nella stessa fila da cinque.
Il 1° luglio 1944 arrivammo a Birkenau. Vicino Birkenau, a Brzezinka, dov’era il bagno, non sapevamo ancora che esistevano delle docce da dove usciva il gas invece dell’acqua. Seguendo le norme del Terzo Reich, fummo trasformate in deportate: la testa rasata, il corpo completamente glabro e spruzzato con un antisettico urticante; al posto dei vestiti vecchi stracci,logori e sporchi, che erano stati tolti ad altre donne. Ci guardammo e scoppiammo a ridere. Era aldilà di ogni immaginazione e incredibilmente comico che noi fossimo quelle stesse bambine viziate di Debrecen, i cui genitori avevano tenuto tanto alla loro educazione, ai libri, agli spartiti,alle lezioni di lingua, allo sport e all’abbigliamento. Ci specchiavamo sui vetri delle finestre della baracca e non ci riconoscevamo.Senza che ne fossimo consapevoli, stava nascendo tra noi un complice sentimento dis olidarietà, in mancanza del quale non saremmo sopravvissute. C’era sempre una tra noi che incoraggiava le altre. C’era sempre una che ci spronava a mangiare quel cibo immangiabile. C’era sempre una che trovava parole di consolazione. Con tre delle mie compagne fummo vicine come sorelle. Non sono mai stata a casa di nessuna di loro, eppure potrei descriverle con facilità.

 


La bellezza della danza

The Euphoria of Being, film by Réka Szabó

Lettura
This imaginative and often touching film combines several artistic and narrative layers in the story of 93-year-old Hungarian Holocaust survivor Éva Fahidi. The opening segment, in which Szabó chats to Fahidi at the hairdresser's, shows the strong connection between the director and her subject, developed throughtheir work together on a dance performance about Fahidi’s life.
The first layer of the film comes from their initial epistolary contact, after Szabó read Fahidi's memoir The Soul of Things and felt compelled to create a work of art about her. The Auschwitz survivor, whose 49 relatives died in the concentration camp, is also a dancer, and we follow her and the director as they prepare a show with young dancer Emese Cuhorka.
Through performance art, the film paints a portrait of its unique protagonist. As we watch Cuhorka and Fahidi develop the dance, closely directed by Szabó, we witness two performers brought together so closeby this tragic yet brave story, that their personalities seem to start overlapping. Both tender and dynamic,these segments are interspersed with interviews with the utterly charming and wise old lady.
In addition to difficult recollections of her past, reflections on fascism and the way they resonate today, Fahidi also offers her thoughts on many other topics. An unexpectedly candid testimony where the woman condemns her own father, claiming that he was only interested in profit while other Jewish families started fleeing Hungary as early as 1935, is a painful reminder for the audience of the thorny reality they are witnessing. This gritty aspect is underlined by the film’s focus on Fahidi's experience as a woman in Auschwitz: she explains that seeing naked, dirty, stinking, emaciated women packed together like sardines in a tin, unable to avoid touching each other, had affected her relationship with her own womanhood for along time.
The performance, entitled Sea Lavender, had been staged 77 times in Budapest, Berlin and Vienna by the time of the film’s editing. Throughout their rehearsals, Fahidi grows more nimble and more confident, and experiences a late-life renaissance thanks to Szabó and Cuhorka's emotional dedication. Fahidi is a unique protagonist, immensely charismatic and sharp-minded, a no-nonsense lady who boldly leads a full life, and whose survival stands as a brave counterpoint to the tragedy of her family. A single artistic medium would struggle to do justice to her complex story; in combining Fahidi’s memoir with the performance and the documentary interviews, The Euphoria of Being comes pretty close.

 

The Euphoria of Being: recensione del film di Réka Szabó

È mai possibile parlare letteralmente dall’interno dell’Olocausto, testimoniare dal seno delle fiamme che annientano il testimone?”

“Leggere e basta non è sufficiente. Bisogna vedere e sapere, sapere e vedere indissolubilmente”

Il film The Euphoria of Being, della regista ungherese Réka Szabó, ballerina e coreografa, sceglie la strada del vedere e sapere. La regista pone al centro la memoria di qualcuno che ha vissuto quei giorni e quegli anni oscuri, che ha conosciuto i luoghi, le voci, le parole di chi ad Auschwitz c’è stato, ha sentito le lacrime, gli odori, ha visto i corpi di chi a Birkenau c’è stato.
La memoria, la danza e il corpo, sono questi i tre cardini intorno ai quali si costruisce quest’opera, un documentario intenso, poetico e doloroso, con protagonista Éva Fahidi, novantatreenne ungherese opravvissuta ad Auschwitz, piena di vita, sinuosa ed energica, che porta con sé un dramma profondo ed inimmaginabile.
The Euphoria of Being è un immergersi nei difficili ricordi del passato, nelle riflessioni sul nazismo e quindi anche sul presente. La protagonista offre i suoi pensieri, portando al centro la memoria, i 49 parenti chehanno perso la vita nei campi, ricorda ciò che può accadere. Riporta alla memoria cosa volesse dire essere donna ad Auschwitz: donne nude, sporche, macilente, raggruppate in una scatola, che si toccano inevitabilmente, e questo non può non aver formato la sua femminilità. Essere lì, sola, rasata a zero, senza i genitori e la sorella – che compaiono in un’immagine d’epoca -, pensiero fisso di Éva che non può dimenticare quella bambina di 11 anni che rimarrà tale per sempre.
Tutto passa attraverso il corpo, le parole, gli occhi di Eva, in cui si può vedere riflesso ciò che ha visto. La regista decide di mettere in scena uno spettacolo e farla ballare – uno dei grandi amori che la donna ha nella sua vita e che non l’ha mai abbandonata -, di raccontare la sua vita nel campo di concentramento attraverso il movimento (del corpo, delle mani, delle gambe), attraverso il corpo, proprio per narrare un luogo in cui si arrivava alla cancellazione di esso.
The Euphoria of Being traccia un ritratto speciale della sua unica protagonista anche grazie ad un’altra ballerina che sembra un alter ego di Fahidi, la giovane Emese Cuhorka. Per un miracolo poetico, le due artiste, muovendosi all’unisono sembrano un corpo unico, rappresentando le due età della vita (l’una Éva novantatreenne, l’altra la sorella della Fahidi, morta nel campo a 11 anni). Fahidi è una protagonista unica,speciale, carismatica, acuta, una donna che si mette al servizio dell’arte. Nonostante il dolore, lo strazio, la solitudine, Eva celebra l’”euforia” dell’esistenza che si fa contraltare della tragedia della sua famiglia. Il corpo è per lei una sorta di tempio, un luogo che diventa mezzo di racconto, che esprime energia, vitalità,dolore e poesia; quel corpo, con i suoi movimenti, è ciò di cui lei non ha mai avuto paura, anzi lo ha celebrato.

 


LA SPERANZA NELL’EUROPA

Nedo Fiano - La fiducia nella democrazia

Nedo Fiano venne arrestato nel febbraio 1944, all'età di 18 anni, dalla polizia fascista, mentre passeggiava in via Cavour a Firenze. Rinchiuso nel carcere della città, venne trasferito al campo di transito di Fossoli, insieme con altri undici membri della sua famiglia. Con loro fu poi deportato al lager di Auschwitz. Sua madre morì il giorno stesso dell'arrivo al campo, mandata nelle camere a gas.
L'11 aprile 1945 fu liberato dalle forze alleate nel campo di concentramento di Buchenwald, dove era stato trasferito dai nazisti in fuga, unico superstite della sua famiglia.
Nedo Fiano è stato un altro instancabile testimone della Shoah. È morto il 19 dicembre 2020.

Lettura.  Intervista a Nedo Fiano

Io ho ricordato perché ritengo che il ricordo sia un tesoro ricchissimo, un importante patrimonio da trasmettere, perché solo con la memoria del passato si può costruire un solido presente e si può guardare al futuro con fiducia; il presente è figlio del passato e padre del futuro, da qui discende l’utilità del passato e del ricordo anche per rispondere alla domanda Perché è accaduto? e potrà ancora accadere?
La Shoah è accaduta perché il popolo non ha potuto parlare e nelle dittature si ubbidisce e basta se non si vogliono subire le conseguenze. La cura è la Libertà. Guai a toccare la Libertà e la Democrazia! Sono la vera e unica medicina. Per quanto riguarda al permanere del pregiudizio contro gli ebrei mi rifaccio alle parole-credo di Einstein: “È più facile frantumare l’atomo che l’antisemitismo”. Quindi, direi che la conoscenza del passato è un punto di riferimento, è l’antiveleno; la libertà e la democrazia costituiscono la cura. La democrazia ha la capacità, oggi in Europa e ovviamente negli Stati Uniti di medicarsi e di reagire agli episodi di antisemitismo in maniera adeguata.
Io penso che il mondo non accetti il passato per quello che è stato e quindi non disegna il presente come il passato, perché la vera forza motrice della storia è il dinamismo, il cambiamento. In questo senso noi oggi viviamo un grande miracolo e il miracolo si chiama Europa (che ha trovato la strada dopo secoli di conflitti); così come in passato c’è stata la trasformazione dai Comuni agli Stati così oggi passiamo dagli Stati nazionali all’Europa o alle regioni d’Europa.
Nell’attuale crisi mondiale rispetto a quella del 1929 quando ogni Paese si muoveva da solo, oggi siamo all’interno di un sistema di vasi comunicanti in cui passa sia il bene che il male, ma nel male non si è mai soli! La Politica, l’Economia, la Cultura, le scelte sociali sono il prodotto di una consultazione continua ed esistono organi esecutivi che possono intervenire sulle questioni sorte nei singoli Paesi.
Mi sento di trasmettere fiducia nel futuro, di guardare sempre il puntino rosa all’interno del quadro nero, di non perdere mai la speranza. Ad Auschwitz sono sempre stato sostenuto dalla speranza, altrimenti non ce l’avrei mai fatta; mi sentivo appoggiato da mia madre, da suoi occhi verdi, li vedevo, li vedo ancora, mi è sempre stata vicina e credevo che ce l’avrei fatta… Nella vita c’è sempre quello più forte di te ma, come nella boxe, se pensi che perderai prima di combattere, perderai di sicuro! Mai essere travolti dal pessimismo!

 


Lettura:  Il compito che attende l’Europa

Discorso di Romano Prodi, Presidente della Commissione europea.
Auschwitz, il 1° ottobre 1999

Annotazione nell'albo dei visitatori del campo di Auschwitz
La mia presenza qui, oggi, all’inizio del mio mandato come presidente della Commissione europea, è per ascoltare, per domandare, per ricordare.
Sono qui per ascoltare le voci che provengono dalla notte della Shoah. La pena desolata delle vittime e leparole di coloro che sono sopravvissuti. Anche le vittime scomparse rimangono presenti. C' è oramai un legame inscindibile tra noi e loro. La loro presenza in noi è la perenne condanna del male. Consentitemi di dire che quella presenza è il luogo della nostra inquietudine, della nostra consapevolezza, della nostra responsabilità.
Ma sono qui anche per domandare, per capire. Colpisce sempre varcando l'entrata di questo lager la scritta beffarda e di scherno "Arbeit macht frei". In realtà qui ognuno era considerato un pezzo da lavoro, da usare, da esaurire, da gettare. Quella scritta all'ingresso del campo ci svela il nucleo profondo di ogni sfruttamento: usare, esaurire, gettare. Qui avrebbe dovuto esserci un'altra scritta: "Chi è l'uomo?"
La Shoah non è un incidente della Storia, una crisi regionale, un avvenimento drammatico, come tanti ne ha conosciuti la Storia. La Shoah è una crisi della storia umana. Essa è una crisi dell’umano. La Shoah ha potuto essere decisa perché uomini avevano completamente pervertito il senso dell'uomo. Per questo non solo fu violata la vita, ma la morte stessa. Fu svilita la morte, resa orribilmente oscena, burocratizzata e tecnicizzata. Qui l'umano è stato messo radicalmente in discussione in un'opera di anticreazione.
Da allora noi sappiamo che l'umano non è un dato di fatto, che l'umano è ancora possibile, in virtù del bene, della solidarietà, della pace, ma l'umano non è mai certo una volta per tutte.
Sono qui per ricordare. Tutto questo è accaduto nel cuore dell'Europa. Come uomini e come europei ne rechiamo il peso. La Shoah si è prodotta prima e nel centro di una guerra della cui iniquità e scelleratezza i paesi e le nazioni dell'Europa portano in varia misura la responsabilità e di cui noi europei dobbiamo chiedere perdono. E la richiesta di perdono sarà per noi la cura delle memorie. Esse sono per noi un monito etnico-storico e un monito spirituale. Ci rammentano che tutto questo è stato e che può' ancora accadere. Poiché il male è sopravvissuto ad Auschwitz, e in seguito, in questi nostri stessi giorni, abbiamo nuovamente conosciuto in Europa la pulizia etnica, il fanatismo, i rigurgiti totalitari.
La richiesta di perdono sarà l'affermazione solenne che noi tutti dobbiamo fare: mai più!
Solo allora questo luogo ci può parlare di riconciliazione obbligandoci a riflettere sulle condizioni delle nostre democrazie, sullo sviluppo culturale e morale oltre che economico delle nostre società, e sul compito che attende l'Europa. La nuova Europa dovrà essere l'Europa dei diritti riconosciuti e praticati; l'Europa degli uomini liberi e solidali; l'Europa che fa rispettare il diritto e la giustizia.

 


Lettura:  Una proposta… una domanda

Nel romanzo dello scrittore austriaco Robert Menasse, La capitale (Die Hauptstadt, 2017 ), si immagina che alcuni funzionari della Commissione Cultura della Comunità europea discutano come organizzare una grande manifestazione per il cinquantesimo anniversario della fondazione della Comunità europea, allo scopo di rilanciarne gli ideali.
Uno dei membri della commissione, il professor Erhart, avanza ai suoi colleghi una proposta: visto che l’Unione è nata dalle ceneri delle atrocità naziste, quale luogo può rappresentarne il passato e il futuro meglio di Auschwitz?

Erhart […] aveva parlato a braccio per la maggior parte del tempo, gli era sfuggito il controllo, ma l’obiettivo cui mirava […] voleva metterlo a segno. Per favore, altri due minuti per le conclusioni. Anzi no, per la mia visione. Last words, veramente. D’accordo? Bene! Prima di tutto, riassumo: stati nazionali in concorrenza fra loro non sono un’unione, anche se hanno un mercato comune. Stati nazionali in concorrenza fra loro all’interno di un’Unione bloccano tanto la politica europea quanto la politica statale.
Cosa sarebbe necessario fare adesso? Proseguire in direzione di un’unione sociale, di un’unione fiscale – dunque lavorare alla creazione di condizioni generali per fare di un’Europa formata da collettività in concorrenza tra loro un’Europa di cittadini sovrani con gli stessi diritti. Era questa in fondo l’idea, era questo ciò che sognavano i padri fondatori dell’Europa unita – che avevano vissuto le loro esperienze.
Ma tutto questo non sarà realizzabile finché, a dispetto di ogni esperienza storica, si continuerà a fomentare l’orgoglio nazionale e il nazionalismo non avrà concorrenti nel proporsi ai cittadini come unico elemento su cui fondare la propria identità. Come possiamo alimentare nei cittadini di questo continente la consapevolezza di essere cittadini europei? […]

Ma non basta, proseguì. Abbiamo bisogno anche e soprattutto di un simbolo forte di coesione, qualcosa che sia un progetto comune, concreto, che porti alla luce l’identità comune sotto forma di impegno comune, abbiamo bisogno di qualcosa che appartenga a tutti e unisca tutti in quanto cittadini dell’Unione europea, perché sono stati i cittadini dell’Europa comune a volerlo, a costruirlo con le proprie mani, non semplicemente a ereditarlo. Un primo, grande, audace, consapevole contributo culturale della storia post-nazionale, che abbia anche un significato politico e una forza simbolica e psicologica. […]

Erhart vide che alcuni adesso davano l’impressione di aspettare incuriositi il seguito. Fece un respiro profondo e disse: l’Unione europea deve costruire una capitale, deve regalarsi una nuova capitale, una capitale ideale, progettata allo scopo. […]
Non ho detto che una città dovrebbe ottenere il titolo di capitale. So bene che questo finirebbe solo per rinfocolare il nazionalismo nei paesi i cui cittadini si sentirebbero estranei a una capitale che fosse insieme la capitale di un’altra nazione. Ovviamente questa città non la possiamo costruire su una terra di nessuno,disse Erhart. In Europa non esiste più una terra di nessuno, non c’è un metro quadrato di terreno che nonabbia una storia. Perciò è naturale che la capitale europea debba essere costruita in un luogo la cui storia sia stata fondamentale per l’idea unitaria, una storia che la nostra Europa vuole superare ma non dimenticare. Un luogo dove la storia resti viva e percepibile anche se l’ultimo che l’ha vissuta o che vi è opravvissuto è morto. Un luogo che sia un faro eterno per la futura politica in Europa. […]

Per questo l’Unione deve erigere la propria capitale ad Auschwitz. È ad Auschwitz che deve sorgere lanuova capitale europea, progettata ed edificata come città del futuro e insieme come la città che non potrà mai dimenticare. «Mai più Auschwitz» è il basamento su cui posa l’opera di unificazione europea. Ed è anche una promessa per il futuro di tutto. Questo futuro dobbiamo costruirlo, e che sia un centro vivo efunzionante. Avete il coraggio di riflettere su questa idea? […]

Erhart aveva imparato che il nazionalismo e il razzismo avevano condotto ad Auschwitz e non dovevano ripetersi mai più […]
La vita del professor Erhart, la vita di un insegnante, la storia contemporanea vissuta in prima persona, la salvaguardia della pace sociale, il futuro del continente, tutto questo si basava su due parole: «mai più!». Così la vedeva Erhart. «Mai più!» era una promessa per l’eternità, un’ambizione che affermava la validità eterna. Adesso le ultime persone sopravvissute a ciò che non doveva accadere mai più stavano morendo. E dopo? Anche l’eternità aveva forse una data di scadenza? Al momento la responsabilità era stata assunta da una generazione che, almeno nei discorsi della domenica, si sentiva ancora in obbligo di pronunciare tra il sussurro e il monito quel «mai più». Ma dopo?

Emigrantenlied - canzone di Ilse Weber, morta ad Auschwitz. Testo originale tedesco e traduzione inglese.

 


 “You always had to know that it’s really good to be alive” - Eva Fahidi

GMemoria fig

 


"Gam Gam"

Gam Gam è una canzone scritta da Elie Botbol che riprende il quarto versetto del testo ebraico del Salmo 23.
È un brano tradizionale eseguito in occasione dello Shabbat, ma in realtà è più spesso considerato simbolo della Shoah; sotto questo aspetto, è stata eseguita da un coro di bambini all’interno della colonna sonora del film Jona che visse nella balena di Roberto Faenza, con l’arrangiamento di Ennio Morricone.

Translitterazione Testo ebraico   Traduzione
Gam Ki Elekh
Beghe Tzalmavet
Lo Ira Ra
Ki Atta Immadì 
(2 volte)
Šihiivtekha umišantekhà
Hema yenakhamuni 
(2 volte)
גַּם כִּי-אֵלֵךְ
,בְּגֵיא צַלְמָוֶת
לֹא-אִירָא רָע
כִּי-אַתָּה עִמָּדִי

,שִׁבְטְךָ וּמִשְׁעַנְתֶּךָ
.הֵמָּה יְנַחֲמֻנִי

  Anche se andassi
nella valle oscura
non temerei alcun male,
perché Tu sei sempre con me;

Perché Tu sei il mio bastone,
il mio supporto,

Con Te io mi sento tranquillo.

(da Wikipedia)

 

Il file allegato utilizza una base proveniente da un testo di educazione musicale per la scuola media, su cui canta una solista e un coro a due voci.

youtube 16c Gam Gam 

Tutte e tre le linee melodiche sono state eseguite dalla prof. Antonella Amorini,
che ha utilizzato il software AVID Pro Tools 12.